- Storia di Aldo -

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Racconto scritto cinque anni fa. Aldo voleva solamente concludere i suoi giorni nella casa che aveva condiviso con l'amata moglie, ma i parenti serpenti non ne volevano sapere, erano ben altre le loro mire. Buona lettura.
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Testo: - Storia di Aldo -
di vecchioautore

Storia di Aldo

Da quando aveva acquistato l’uso della ragione, a sua memoria non si era mai alzato dopo le sei.
Quella mattina, poi, aveva un motivo in più per darsi da fare: se voleva fare bella figura con l’assistente sociale e lo psicologo, non doveva solamente rassettare la casa, come d’altronde faceva ogni mattina, ma farla letteralmente risplendere.
Pur convinto che non servisse a molto, voleva vedere con che faccia i due compari avrebbero certificato che non era in grado di gestirsi da solo.
Erano sette anni, da quando la moglie era venuta a mancare, che il novantenne Aldo lottava per restare nella casa dove aveva trascorso gran parte della sua lunga vita: più di sessant’anni.
In sette anni, tre visite dell’assistente sociale, una donna, allertata dai suoi cari cugini (alla lontana, lui e la moglie non avevano figli o fratelli), non erano andate a buon fine.
Ma stavolta dovevano aver fatto le cose in grande, quei maledetti parenti, che manco ricordava di avere prima che morisse sua moglie. Oltre a un nuovo assistente sociale (prezzolato, secondo lui) erano riusciti a far smuovere persino uno psicologo.
Oh, com’erano compunti e partecipi alle esequie della zia. E come si erano spesi dopo il funerale, per cercare di metterlo a proprio agio; prima di arrivare al punto dolente: la gestione del patrimonio che, stando a loro, avrebbe potuto far gola a qualche avvoltoio (invece loro, essendo parenti, andavano annoverati nella categoria dei viscidi serpenti!).
Ci aveva messo poco il vecchio, ma ancora lucido, Aldo a capire l’antifona e metterli alla porta senza troppi complimenti.
Ma l’anno dopo, quando vennero a sapere che stava aiutando una famiglia in difficoltà economiche, tornarono alla carica.
Risultato: respinti con perdite sull’uscio, senza neanche farli entrare in casa stavolta!
A quel punto, i parenti serpenti alla lontana, tentarono la carta dell’incapacità d’intendere e volere. Stavolta a respingerli senza troppi complimenti, dopo essere andata a trovare Aldo, era stata l’assistente sociale. «Aldo è più lucido di tutti voi messi insieme!» aveva replicato di fronte alle loro rimostranze.
Altre due volte, con una scusa o l’altra, avevano costretto quella povera donna a recarsi da Aldo per valutare le sue condizioni psicofisiche. E ambedue le volte, dopo aver preso un caffè e aver riso e scherzato con quel vecchio, aveva cassato la richiesta di rinchiuderlo in un ospizio. «Aldo è più giovane di voi tutti messi insieme», fu la variazione sul tema, con la quale li mandò definitivamente al diavolo.
Ma come si sarebbe comportato il nuovo assistente sociale?
Molto male nei suoi riguardi, se, come presumeva, era una specie di killer assoldato dai parenti che, istruiti da un valente legale, stavolta erano decisi a chiudere il primo tempo della partita: il secondo prevedeva che un giudice li indicasse come amministratori dei beni dell’incapace.
Li disturbava relativamente il fatto che Aldo aiutasse chiunque gli chiedesse un aiutino economico per tirare avanti, non era quello il vero obiettivo; v’è da dire che si trattava sempre di poche migliaia di lire, anche perché non è che disponesse di gran capitali. Ma quelli erano i tempi della vecchia cara liretta, quando qualche milioncino in banca, se non ricco, ti faceva sentire benestante. Ti dava sicurezza.
Infatti, più che al conto corrente, i parenti miravano alla “roba”. E di “roba”, Aldo ne aveva a iosa: nove ettari di terra agricola che il boom immobiliare, inglobandola nel tessuto urbano, aveva trasformato in oro.

Era carico al punto giusto, pronto a dar battaglia, Aldo. Lo si evinceva dallo sguardo indurito e il saluto che somigliava a un grugnito, con il quale invitò l’assistente sociale e lo psicologo ad accomodarsi.
Bastarono poco più di dieci minuti di conversazione, per addolcirlo.
Quel breve lasso di tempo gli era bastato per capire di trovarsi di fronte a due persone serie e oneste, che il loro lavoro lo sapevano ben fare. E allora, con l’entusiasmo di un bambino, mostrò loro il giardino che teneva in ordine per far piacere alla moglie che, da lassù, osservava compiaciuta; e poi l’orto con la verzura di stagione che pareva dipinta da quanto era rigogliosa e, infine, notando gli sguardi tra il meravigliato e l’incredulo davanti al numero spropositato di galline che razzolavano nell’ampio pollaio, spiegò loro che le allevava, oltre che per sé, per regalarle ai compaesani bisognosi e a chi gli andava a genio.
Quando rientrarono in casa, l’assistente sociale ritenne che fosse giunto il momento di toccare il punto dolente. «Non è come pensa, Aldo. Li giudica male. Ai suoi cugini sta a cuore la sua salute…»
«A quelli sta a cuore una cosa soltanto. Anzi, due!» lo interruppe con foga Aldo. Trasse il portafogli dalla tasca posteriore dei pantaloni e lo sbatté sul tavolo. «I miei soldi, e la mia “roba”!»
L’assistente sociale non si scompose; era abituato ai cambi repentini d’umore negli anziani che assisteva. «Non è forse vero che, tre mesi fa, ha rischiato di mandare a fuoco la casa?» gli domandò con pacatezza.
«Ha preso fuoco la canna fumaria del camino. E allora? Non sono mica l’unico, è capitato anche ad altri, sa?»
«I suoi cugini affermano che si è scordato di farla pulire.»
«E questo a loro basta e avanza per dire in giro che ho quella malattia che si mangia il cervello!» sbottò Aldo.
«Si chiama Alzheimer, Aldo, la malattia che si mangia la memoria», intervenne lo psicologo.
«Quello che è!» replicò ruvido Aldo. «Ad ogni modo, non mi sono dimenticato un bel niente! Come ogni anno, a maggio avrei fatto pulire il camino. Purtroppo l’inverno passato è stato particolarmente freddo e lungo, così ho dovuto tenerlo acceso fino a metà marzo. E’ stato un caso sfortunato. Se non mi credete, chiedetelo a Salvatore.»
«Chi è, Salvatore?» domandò l’assistente sociale.
«Il muratore che ogni anno mi spazza il camino. Chiedetelo a lui se mi dimentico di pagarlo dopo che ha fatto il lavoro… magari, come si usa fare, tiro un po’ sul prezzo, ma alla fine lo pago, e lui mi ringrazia e se ne va tutto soddisfatto; con anche un bel po’ di verdura fresca, colta al momento, e una bella gallina ruspante.»
I due uomini si guardarono e sorrisero scuotendo il capo.
Aldo non seppe giudicare se fosse un buon segno, e si rabbuiò.
«Ascolti, Aldo», riprese l’assistente sociale con il solito tono amichevole e apprensivo. «Lei se la cava ancora alla grande. Ma novant’anni non sono davvero pochi. Nessuno può prevedere fino a quando riuscirà a gestirsi da solo…»
«Ho capito dove vuole andare a parare!» lo interruppe Aldo. «La risposta è: no! Non durerei una settimana rinchiuso in quella specie di gabbia che chiamate ospizio. Non ho mai fatto un giorno d’ospedale; l’ultimo raffreddore che ho avuto, si è perso nella notte dei tempi. Ho ricordi limpidi di chiunque ho incontrato anche solo di striscio. Un uomo può essere in perfetta salute a novant’anni, come non lo può essere da bambino. Ma questo, un sistema sociale sbagliato, che in quanto tale usa un metro di giudizio sbagliato per valutare le capacità cognitive di un anziano, non lo può certo capire», mostrò loro i palmi callosi. «Questa casa l’ho costruita con le mie mani per viverci con mia moglie. Ora lei non c’è più. Ma è comunque presente. Ogni cosa qua dentro mi parla di Teresa. Lei ha detto che me la cavo ancora alla grande, ho capito male?»
«No, ha capito benissimo!» rispose l’assistente sociale
«Questo significa anche che, se non voglio, non potete costringermi a lasciare casa mia, giusto?»
«Giusto, Aldo. Lei è capace di intendere e volere, e può decidere in autonomia», rispose lo psicologo.
«Molto bene!» esclamò soddisfatto Aldo battendo le mani sul tavolo. «Ora che ci siamo chiariti, mi devo scusare con voi.»
«Scusarsi per cosa, non comprendo?» fece lo psicologo, guardando con fare stranito l’assistente sociale.
«Vi avevo mal giudicato. Credevo che foste a torta con i miei “cari cugini”. E invece siete due personcine come si deve.»
L’assistente sociale sorrise. «Premettendo che li conosco solamente attraverso le carte che mi ha consegnato il loro legale, sono comunque convinto che i suoi cugini siano meno carogne di come li dipinge. Ma supponendo per un attimo che lo fossero, in questo caso tornerebbero alla carica molto presto. E’ consapevole di questo?»
«Come no! Lo so bene che tenteranno di tutto per accaparrarsi la “roba”. Mica sono stupido, sa?»
«Questo non l’ho mai pensato, Aldo. Resta il fatto che prima o poi, le auguro il più tardi possibile, tutti i suoi beni finiranno comunque nelle loro mani», osservò l’assistente sociale.
«E quando accadrà, si troveranno tra le mani un pugno di mosche!» ribatté puntuto Aldo.
Passò in rassegna gli guardi straniti dei due uomini e, sorridendo sornione, riprese: «Questa qua, funziona meglio adesso che a vent’anni», puntandosi l’indice contro la fronte. «La casa, i soldi, la “roba”, è già tutta sistemata. Da più di due anni. Ho fatto testamento, dò tutto in beneficenza! E siccome la mia fiducia nel genere umano, per merito dei miei cugini, negli ultimi anni è vertiginosamente calata, oltre all’originale che il notaio ha chiuso in cassaforte, ho piazzato un paio di copie in posti strategici. In mano a persone che le tireranno fuori al momento opportuno per far valere le mie ultime volontà!»
«Ha pensato davvero a tutto», commentò meravigliato lo psicologo.
Aldo si alzò. «Quando si ha a che fare con certa gente, bisogna pararsi il culo prim’ancora che tentino d’infilartelo!» spiegò ridendo.
Mentre i due ridevano di gusto alla battuta, invero un po’ scurrile, Aldo aprì uno sportello della cucina e ne trasse due grosse buste di plastica. «Venite con me!» li esortò poi, indicando l’orto.
I due lo seguirono. «Scegliete pure quello che volete, è tutta roba genuina, mica quello schifo imbustato che le vostre consorti comprano al supermercato…» fece una pausa, ci pensò su e aggiunse, con tono fintamente preoccupato: «Oh, siamo sicuri che un po’ di verdura non configuri il reato di tentata corruzione? Non vorrei che quelle serpi si attaccassero a qualche foglia di lattuga per screditare il vostro operato.»
«Tu cosa ne dici?» domandò l’assistente sociale, rivolgendosi allo psicologo.
«Uhm», fece questi aggrottando la fronte. «Oddio, se dovessimo prendere come riferimento i prezzi che praticano i fruttaioli, ci si potrebbe anche avvicinare al valore di una tangente», rispose poi in tono scherzoso.
«Tutto a posto, allora. Coraggio, lì ci sono guanti e coltello, scegliete gli ortaggi che più vi aggradano e riempite le buste!» li esortò Aldo. Si grattò la crapa pelata. «L’erba va bene per le capre», grugnì. «Per preparare un piatto gustoso, basta mica un po’ di verdura fresca… Intanto che fate, vado a tirare il collo a un paio di galline nostrane!» e così dicendo, senza dar loro il tempo di ribattere si diresse verso il pollaio.

FINE



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